Il valore del volontariato per gli anziani

“Ma che fai adesso che non lavori più? Beato/a te che ora hai tanto tempo libero!”.

Questa frase è spesso la più ascoltata e la più odiata dai pensionati, perché chi la pronuncia non tiene in considerazione una serie di fattori. Prima di tutto, molte persone, dal momento che sono in pensione e quindi percepite come più “libere”, spesso si ritrovano a doversi occupare di tante altre cose quasi a tempo pieno, come la cura dei nipoti o dei genitori anziani.

Chi invece non ha nessuno di cui occuparsi e tanto tempo a disposizione, può sentirsi disorientato, perché abituato a vedere la propria giornata scandita dagli impegni lavorativi. Dopo un primo momento magari di euforia, in cui si pensa “Che bello, ora posso svegliarmi quando voglio”, oppure “Aaah! Adesso non ho più nessuno che mi dice cosa devo fare!”, ci si può ritrovare svegli alla stessa ora di quando si andava a lavorare e a chiedersi “E adesso che faccio?”.

Quando non si lavora più, e non si ha più un’occupazione fissa, può capitare di iniziare a sentirsi inutili, vuoti e tristi. Per vincere questa sensazione e occupare le proprie giornate, si può decidere di dedicarsi agli altri, ad esempio attraverso attività di volontariato. Ma quali sono i benefici che se ne ricavano? È un sistema efficace per tornare a sentirsi utili?

Diverse ricerche hanno mostrato una serie di effetti che il dedicarsi ad attività di volontariato produce nelle persone, riassunti qui di seguito.

  • Alcuni studi hanno mostrato che chi si impegna nel sociale tende ad essere più felice e meno incline alla depressione rispetto a coloro che non fanno volontariato, e questo effetto pare essere maggiore nelle persone in età avanzata.
  • Il volontariato tende a rendere più soddisfatti e resistenti allo stress: una ricerca del 2010 svolta nell’Università di Costanza ha mostrato che chi il giorno precedente si era impegnato in attività di volontariato tendeva ad essere più rilassato, ad arrabbiarsi di meno di fronte ai problemi e a gestirli in maniera più efficace.
  • Il volontariato prevede l’inserimento in un gruppo sociale, formato da persone con interessi simili, e le attività vengono generalmente svolte insieme ad altri. Questo permette di distrarsi dalle proprie preoccupazioni, in quanto quando si sta insieme ad altre persone si ha meno possibilità di rimuginare sui propri problemi.
  • Impegnarsi nel sociale permette di sperimentare un senso di appartenenza e la sensazione di contribuire alla società facendo qualcosa di importante. Ciò è particolarmente prezioso in quella fase della vita in cui non si lavora più e per questo si può sentire di non contribuire più come prima.
  • Il volontariato permette spesso di ricevere apprezzamento da parte degli altri, consentendo così alle persone di sentirsi confermate nel proprio valore.
  • Gli anziani che si dedicano al volontariato possono inoltre continuare a ricevere stimoli sia cognitivi che sociali, incontrando altre persone e ampliando le proprie conoscenze.
  • Osservare i risultati e i benefici prodotti dalle proprie azioni dà ai volontari la sensazione di aver prodotto qualcosa di buono, stimolando fiducia nelle proprie abilità e favorendo un approccio ottimista verso la vita.
  • Gli anziani, dal momento che non lavorano più, non hanno più la possibilità di godere di alcuni benefici del lavoro. L’attività lavorativa, infatti, struttura il tempo organizzando la giornata, permette di lavorare insieme ad altre persone per raggiungere obiettivi comuni, dà la possibilità di incontrare altre persone e di sentirsi utili. Le attività di volontariato permettono di ottenere benefici simili, promuovendo la salute psichica e aumentando il livello di soddisfazione personale.

Insomma, le attività di volontariato non fanno bene solo ai destinatari: i volontari sono infatti ricompensati da una migliore salute psichica e da soddisfazione personale. Il volontariato può essere anche un modo, per chi è anziano, di continuare a lasciare al mondo qualcosa di buono di sé, come un seme che continuerà a crescere.

 

Per approfondire:

Marta E. – Pozzi M. (2007), Psicologia del volontariato, Carocci, Roma.

Mirabile M. L. (2012), Il capitale sociale degli anziani. Volontari e nonni come creatori di benessere. Potenzialità, opportunità, limiti. Analisi di sei studi di caso, LiberEtà, Roma.

Selenko E. (2014), Se aiuti gli altri aiuti te stesso, Mente e cervello, n. 120, 80-85.

 

18-23 settembre 2017: Settimana di Prevenzione dell’Invecchiamento Mentale

Man a mano che si avanza con l’età, i processi cognitivi, tra cui soprattutto l’attenzione, la memoria, il linguaggio, il ragionamento, tendono a diventare più lenti e meno precisi. Sono disponibili sempre più metodi e strumenti per valutare il declino cognitivo, e più in generale il livello di funzionamento dei propri processi cognitivi. Purtroppo però verso questi percorsi diagnostici persiste una certa diffidenza, come può essere evidente da questa risposta di un signore a cui stavo spiegando in cosa consiste un check-up delle proprie funzioni cognitive: “Ah ho capito, si vede quanto si è rimbambiti! Adesso lo propongo a mia moglie… vedi poi come mi picchia!”.

Forse questa diffidenza è legata al timore che non sia possibile fare nulla per fermare o rallentare questo declino, e spinti da questa convinzione si può commettere l’errore di non controllare mai l’effettivo livello di funzionamento dei propri processi cognitivi. In un certo senso, il ragionamento inconsapevole che si fa è: visto che non è possibile farci nulla, che senso ha sapere quanto negli anni sono peggiorato?

In realtà le cose non stanno così, in quanto è possibile fare veramente molto per mantenere un buon livello di funzionamento delle proprie funzioni cognitive, e sono disponibili sempre più percorsi per potenziare e allenare la propria mente.Locandina della SPIM

Per questo motivo, apprezzo molto l’iniziativa che Assomensana porta avanti da diversi anni, con una Settimana di Prevenzione dell’Invecchiamento Mentale, in cui diversi professionisti si mettono a disposizione per offrire check-up gratuiti delle funzioni mentali, e quest’anno ho deciso di partecipare anch’io.

Attraverso il link seguente è possibile selezionare la propria regione di appartenenza, la città di residenza, e scegliere il professionista presso il quale effettuare il check-up.

http://www.assomensana.it/Prevenzione/settimana-di-prevenzione-invecchiamento-mentale-2017.php

25 novembre: Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

In occasione di questa Giornata internazionale controAbbandonare il ruolo di vittima la violenza sulle donne, vorrei segnalare un libro, non recentissimo ma sempre molto valido, sulle dinamiche vittima-aggressore: “Abbandonare il ruolo di vittima. Vivere la propria vita”, di Verena Kast.

Quando si tratta di parlare delle violenze contro le donne, è molto facile imbattersi in visioni del tipo bianco/nero, e ci si dimentica di quanto siano complesse le dinamiche interpersonali. Questo testo delinea in modo chiaro e approfondito la dinamica vittima-aggressore, per poi suggerire delle riflessioni che possono aiutare a uscire dal ruolo di vittima, per riuscire a riprendere in mano la propria vita.

Di seguito il link della casa editrice, dov’è possibile consultare l’indice:

http://www.centro-koine.it/kast_vittima.html

 

Guida semiseria in 8 punti per imparare a chiedere aiuto

Ci sono persone abituate nella vita a credere di dover fare sempre tutto da sole. Persone che raramente hanno chiesto aiuto a qualcuno, perché educate al valore dell’autonomia e allo spirito di sacrificio. In genere si tratta di persone su cui in molti finiscono per fare affidamento, aspettandosi che continuino ad occuparsi di tutto loro, e così si fanno carico di pesi sempre maggiori. Può arrivare un momento in cui si desidera avere un aiuto dagli altri, ma, per quanto possa sembrare strano, proprio a questo punto arriva il difficile, e questo per due motivi. aiuto

Prima di tutto chi generalmente non chiede aiuto è sostenuto da una serie di convinzioni che scoraggiano il chiedere aiuto (“Non merito l’attenzione e l’aiuto degli altri”, “E se poi mi dicono di no? Non potrei sopportarlo”, ecc.).

In secondo luogo, la “mancanza di pratica” può rendere la richiesta di aiuto goffa o inadeguata, rendendo così più probabile un rifiuto o un aiuto inadeguato, con il conseguente rafforzarsi delle convinzioni preesistenti (“Non devo chiedere aiuto a nessuno”, “Nessuno mi aiuta”).

Anche il chiedere aiuto infatti è un’abilità, che si affina con l’esercizio. Può sembrare strano, ma è proprio così.

Ecco alcuni suggerimenti per chiedere aiuto in modo efficace e aumentare le probabilità di ottenerlo:

  1. Essere chiari sul tipo di aiuto di cui si ha bisogno: esattamente, cosa vi serve? Più siete chiari nella richiesta, più aumenta la probabilità di essere davvero aiutati. Una richiesta vaga porta a fraintendimenti.
  2. Scegliere bene la persona a cui chiedere aiuto. Non mi riferisco qui all’affidabilità della persona, quanto alla sua competenza in materia: vi serve qualcuno che vi aiuti a sistemare le piante?Aiuto nello shopping Qualcuno che vi ascolti in un momento di difficoltà? Qualcuno che vi costringa ad andare in palestra? Qualcuno che vi accompagni a fare shopping? Per esigenze diverse probabilmente risultano adeguate persone diverse.
  3. Scegliere bene il momento e il luogo in cui chiedere aiuto, per far sì che l’altro possa dedicarvi l’attenzione necessaria. Evitate di chiedere aiuto a qualcuno che ha fretta o che è in un brutto momento.
  4. Formulare la richiesta di aiuto in modo conciso, gentile ma assertivo: “Per favore, mi aiuteresti a… ?”. Evitate di svalutare la vostra richiesta di aiuto con espressioni del tipo “Se non ti disturba troppo…”, “Scusami se te lo chiedo…”, “Per caso, quando hai tempo, potresti…”. No, avete tutto il diritto di chiedere; l’altro certo ha il diritto di rifiutare, ma questo è un altro discorso.
  5. Se l’altra persona ha accettato, cercate di definire il momento in cui sarete aiutati: andate incontro alle esigenze e disponibilità di chi vi vuole dare una mano, ma evitate di rendere questo momento fumoso e lontano con frasi del tipo: “Quando hai un momento libero…”, “Non c’è fretta…”. Meglio un chiaro e diretto: “Ti ringrazio. Quando pensi che potresti…?”
  6. Accettate l’aiuto così come viene dato. Probabilmente non tutto verrà fatto nel modo in cui avreste voluto, e magari poi vorrete cambiare qualcosa, ma permettete a chi vi aiuta di farlo a modo suo, senza controllarlo eccessivamente. Lo so, se siete persone che fanno in genere tutto da sole vi piace avere tutto sotto controllo, ma se qualche volta vi lasciate un po’ andare potete scoprire prospettive nuove, e il piacere di rilassarsi.
  7. Non avete ricevuto l’aiuto sperato o il risultato non vi è piaciuto? Tornate sui passi precedenti per capire cosa non ha funzionato: siete stati chiari nella vostra richiesta? Avete chiesto alla persona giusta, nel momento e nel luogo opportuni? In ogni caso, non colpevolizzate chi vi ha aiutato, ma mostgrazierate sempre la vostra gratitudine e l’apprezzamento per quello che vi è stato dato.
  8. Se siete soddisfatti dell’aiuto ricevuto, ringraziate e mostrate la vostra soddisfazione. Essere ringraziati fa sempre piacere.

8 motivi per iniziare una psicoterapia dopo i 65 anni

A volte le persone di 65, 70 o più anni sono riluttanti ad intraprendere un percorso psicoterapeutico. Si chiedono se abbia ancora un senso affrontare ciò che le fa soffrire e impegnarsi per cercare di stare meglio, oppure se non sia “ormai troppo tardi”.

In realtà ci sono almeno 8 buoni motivi per cui una psicoterapia dopo i 65 anni può essere utile:

  1. Permette di guardare alla propria storia con occhi diversi. In questa fase della vita si tende a fare un bilancio della propria vita, ad osservare il percorso compiuto. Che scelte di vita abbiamo fatto?zen-836560_1920              Che conseguenze hanno avuto?                 Talvolta, soprattutto se non si è molto sereni, si può essere troppo severi con se stessi. Accade così di focalizzarsi più su ciò che non ha funzionato o che avremmo voluto fare diversamente, e di non riuscire più a riconoscere quello che abbiamo realizzato di positivo. Ciò genera ulteriore sofferenza che porta a vedere le cose in modo ancora più negativo. Una psicoterapia aiuta invece a guardare al proprio percorso di vita con uno sguardo diverso, più obiettivo e nello stesso tempo più comprensivo, che permette di cogliere la complessità di ciò che abbiamo vissuto e di scorgervi dei significati nuovi.
  2. Permette di uscire dagli stereotipi, come quello del “vecchio saggio” o del “vecchio rimbambito”, che allontano dalla propria identità. Credo sia chiaro per chiunque come il fatto di percepirsi, o di essere visti, come “vecchi rimbambiti” non aiuti a vivere serenamente, ma anche lo stereotipo del “vecchio saggio” può non aiutare, perché dà spazio e valore solo a quegli aspetti della personalità che rientrano in questa visione di “vecchio saggio”. Ogni persona però è infinitamente più complessa, e siamo quello che siamo, in tutte le nostre espressioni e sfaccettature, in ogni giorno che viviamo. E’ vero, alcuni aspetti della personalità cambiano, e ciò può far sentire smarriti e persi; è allora importante un percorso che aiuti a ritrovarsi, nella propria unicità
  3. Permette di affrontare alcuni fattori stressanti tipici di questa fase della vita: la separazione dai figli, l’abbandono dell’attività lavorativa, il confronto con l’idea della morte, il decadimento fisico, i problemi sessuali e le nuove dinamiche di coppia…
  4. Permette di utilizzare il maggiore tempo libero a disposizione per dedicarsi a se stessi: spesso per una vita non ci si è occupati del proprio benessere psicologico perché concentrati sul lavoro o sulle mille cose da fare, oppure ci si è occupati degli altri, del marito o della moglie, dei genitori, dei figli… Forse è arrivato il momento di occuparsi un po’ di sé… e no, non è troppo tardi.
  5. Permette di migliorare le relazioni con gli altri, scoprendo che c’è ancora la possibilità di cambiare i propri rapporti interpersonali, e renderli più soddisfacenti e più ricchi.romanticism-1309299
  6. Aiuta a elaborare le perdite, a scoprire che si possono trovare dei nuovi equilibri e che le relazioni con gli altri possono aiutarci a stare meglio.
  7. Offre uno spazio sicuro in cui affrontare alcuni temi come la morte, l’invecchiamento, la malattia, e le perdite che ne conseguono, temi che trovano poco spazio nella nostra cultura occidentale.
  8. Permette di restituire valore al proprio corpo, a ciò che ancora ci permette di fare, di vivere e di scoprire. In fondo, il sole è sorto anche oggi.